Dieci album recenti, divisi in buone e meno buone raccomandazioni musicali. Tra i titoli emerge "An Undying Love For A Burning World" dei Neurosis, un ritorno potente dopo dieci anni, e "Paradises" dei Ladytron, che mescola nostalgia e melodie eteree. Altri artisti come Ego Ella May e Courtney Barnett esplorano temi personali, mentre Fcukers e Snail Mail offrono esperienze musicali meno coinvolgenti. Ogni album racconta storie di emozioni, introspezione e nostalgie, sottolineando l'importanza della musica nel toccare l'anima umana, pur con qualche incertezza in alcuni lavori.
Dieci pubblicazioni, sei verdi, quattro gialle, questa la sintesi in numeri...
Sotto i dischi consigliati e meno consigliati di questo On Air! [On AOTY]
Percussivo, punk, asciutto, nervoso e arrabbiato - Questo è il decimo capitolo di questo progetto elettroclash che insieme a Ladytron, Peaches e Chicks on Speed vedono una scena rinvigorita e anche parzialmente rinnovata nei campionamenti. Fiko.
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Su "An Undying Love for a Burning World", i Neurosis firmano un ritorno che definire miracoloso è riduttivo. Dieci anni dopo l'ultimo lavoro, la band risorge dalle ceneri della rottura con Scott Kelly trovando in Aaron Turner (Isis, Sumac) non un semplice sostituto, ma un nuovo "motore".
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Un gradito ritorno alle origini, meno cattiveria giovanile ma sapiente dosaggio della melodia. L’album evoca paradisi misteriosi e affascinanti, con lati oscuri, come isole fantasy in un gioco RPG. Helen Marnie guida con voce eterea, mentre i synth del trio (Marnie, Mira Aroyo, Daniel Hunt) mescolano New Order, Pet Shop Boys e Fever Ray per atmosfere nostalgiche, speranzose e inquietanti. A tratti però risulta un po noioso.
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Psychedelic Rock, Jazz-Funk, Arabic Music Anatolian Rock
Release del
20 marzo 2026
Precisione e spontaneità creano un viaggio ipnotico attraverso generi globali, con passaggi viscerali e arrangiamenti perfetti. Un abbraccio caldo di influenze che invita a un replay immediato. Disco piacevolissimo con alcuni brani in evidenza, per amanti del genere.
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"Good Intentions" è un dreamy disco jazz-soul che non solo presenta il cuore puro della May nelle circostanze personali, ma cerca anche di reclutare altri nel suo club. Un buon album R&B Soul di "buone intenzioni" con un paio di pezzoni, mediamente però risulta poco originale e a tratti ripetitivo e con qualche cliché di troppo.
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Un pregevole lavoro jazz (ma non troppo) da chi ha suonato il basso da sempre jazzando senza che nessuno se ne accorgesse, fatto col cuore (le covers soprattutto) e con necessità artistica. Qualche perplessità iniziale cancellata sin dal primo ascolto, anche se un po’ si perde verso la fine – ma “A plea” è un instant classic e che ospitate!
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Adoro l'atmosfera scollacciata di "If you wanna party…" ma tutto un disco così??! Ci provano e parzialmente ci riescon a cambiare atmosfere. Ma il cantanto è la grande arma del disco che però annoia.
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Courtney Barnett col suo quarto disco si mette a scavare nell’autodubbio che la tormenta da sempre e in come ci aggrappiamo alle nostre abitudini per non finire nel panico. La rocker, quella che sa beccare alla grande le paranoie quotidiane tipo “vado alla festa o me ne sto a casa tranquillo?”, “mi rado a zero per stare meglio?” o “vale la pena di un giardino che mi manda in ospedale?”, stavolta si rifugia nel suo tran tran dopo casini grossi: mollare Melbourne per Los Angeles e chiudere Milk! Records, l’etichetta che aveva tirato su nel 2012. L’album è tipo un bel discorso su noi umani abitudinari: le routine collaudate ti tengono al sicuro dai casini, ma se provi a svoltare su una strada nuova… boom, paranoia pura!
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Questa volta Lindsey Erin Jordan non riesce a realizzare un LP capasce di darti appigli compositivi e melodici che possano rimanerti intesta. Sfuma così un LP che poteva farle fare un salto invece la rimette in un calderone indie rock senza particolari picchi.
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Neo-Psychedelia, Experimental Rock Ambient Pop, Krautrock
Release del
27 marzo 2026
Sono sicuro che verrai colto di sorpresa – un brivido elettrico lungo la spina dorsale, come io lo sono stato. Questo album si scrolla di dosso un po di polvere, fa vibrare le budella e un fremito ipnotico rivela la sua forza nascosta. Man mano che si srotola nel tempo, è ‘Bell Miner’ a emergere dal buio, con quel suo tempismo ritmico perfetto, sinistramente gorgeous, e tastiere che ammiccano al pop degli anni ‘60 con echi di un’era che non torna mai del tutto, solo specchi distorti...